“Cari amici, mi volete sposare?”

The drinkers Van Gogh

Avevo appena ultimato la stesura di uno scritto sull’amicizia e una sigaretta ormai moribonda giaceva sul posacenere, quando mi pervenne un messaggio: “Stasera vieni a Bologna?”. Un invito da parte di due cari amici che vedo sporadicamente, date le circostanze poco propizie: una signorina con cui sono cresciuta (anedotto lepido: eravamo state vicine di casa per un paio di anni senza mai rivolgerci una parola; il nostro primo racconto ravvicinato lo ricordiamo tra una risata e un abbraccio – l’avevo invitata a casa mia per mangiare un gelato. Dopo questo episodio i contatti cessarono nuovamente, per poi riprendere in un distante futuro. Ora lei è la mia migliore amica) e un ometto che ho conosciuto solo perché ci avevo leticato – un’amicizia nata da un diverbio, con tanto di ingiurie e aggressioni innevate. Le nostre giornate insieme, pur verificandosi di rado, si trasformano in eventi memorabili.

“Stasera vieni a Bologna?”. Per una come me, che ha la taccia di dare buca agli amici per starsene rinchiusa in casa il sabato sera da perfetta romita a leggere, sarebbe stato fin troppo facile ricusare l’invito – ma senza neanche pensarci due volte ho risposto prontamente e impulsivamente di sì, dicendo che quella sera mi sarei recata in quel di Bologna, che mi sarei apprestata a partire in tempi rapidissimi, che sarei corsa a prendere il primo treno. C’era una gioia inesplicabile – certo, ricevere un invito fa sempre piacere, ma ho accolto il tutto con un’euforia che potrebbe nascere soltanto in un povero plebeo che viene cordialmente invitato a pranzare con la regina.

Hassi un resoconto della serata, scritto quasi sotto forma di inserto giornalistico faceto:

Bologna clandestina – Gabry-Cavalieri a repentaglio nella città universitaria.
Ben pasciuti dopo aver centellinato la pietanza prediletta del baldo FigoGu – una cena dal dubbio accompagnamento musicale – i mistici cavalieri approdano nella cittadella bolognese, ammirandone et la fauna et l’arte. Sorbiscono le prelibatezze che il posto ha da offerire, con una morigeratezza che farebbe onore persino ad un caro Bel-Ami. Precipitano poi nel baratro della perdizione, i nostri guerrieri, dopo aver inumidito le labbra del latte del diavolo. Avvelenati, indi, da questo latte della malasorte, i giovani avventurieri tentano una fuga rocambolesca dalla capitale del vizio, ma non senza aver gustato dei deliziosi tuberi cotti “a croccantezza” nell’olio bollente e decorati da una doviziosa porzione di salsa – un membro della compagnia ha ricusato la generosa offerta dei compagni, sostenendo di non mangiare queste siddette “Patate”, in quanto prodotto importato, poco italico e quindi nocivo; i nostri Ulissi giungono all’abitacolo dell’Anfitrione della serata, che offre un’accoglienza calorosa ai sodali ebbri.

Si svegliano al mattino e si svegliano, si svegliano: sono sorpavvissuti alle peripezie a cui il sabato sera espone i goliardi.

L.C.”

Mi rendo tuttavia conto di una sbadataggine marchiana – ho trascurato un dettaglio fondamentale: mi sono sposata. Ho sposato i miei due amici. Era da tanto tempo che volevo impegnarmi in una relazione sponsale con un amico, un desiderio poco consueto ma molto vivo. Abbiamo stabilito il nostro nuovo ordine mondiale con un anello al dito.

Ho cercato di scandagliare questo fenomeno – il sentito bisogno di sposare un amico. Sono giunta ad una conclusione interessante, sebbene indefinita. Noi ci siamo ormai afferrati alla rappresentazione di matrimonio come un legame duraturo, saldo, riconosciuto ed emblematico – quindi prendere qualcuno in sposo potrebbesi descrivere come il mero atto di consolidare un rapporto. E’ un modo carino e poco ossessivo per dire “Sei mio/a”. Idealizziamo un legame duraturo che duraturo alla fin fine non è – quanti matrimoni stroncati, quanti amori straziati.. Le amicizie sono in genere più longeve, e sicuramente meno tormentate. Non sono poi così diverse, le mie amicizie, da un rapporto amoroso; mancano ovviamente le parti più carnali, però vi è amore. Pronuncio l’espressione “ti amo” svariate volte ogni giorno, un atto che ai più può sembrare addirittura una specie di abuso. Però solo i gretti possono capire la nozione di abuso di un sentimento positivo. Forse anche da qui deriva il mio desiderio di matrimonio tra amici.

Ci troviamo davanti ad un fenomeno enigmatico che, ora come ora, non mi sento disposta ad analizzare fino in fondo. Mi limiterò a dire che abbiamo finalmente coniato un rito speciale, la fusione di due sfere così simili ma essenzialmente sceverate. Un matrimonio destinato a durare.

Advertisements

I’d never like you – that’s why I love you

dance.jpg

This (academic) year I’ve met some truly amazing people; I’m not saying that I can count on an infinite supply of friends – as far as the notion of “true friend” is concerned, I can say that I can boast a few friendships that I wouldn’t change for anything in the world. I do think about these friendships often and have come to the conclusion that friendships are very much like plants: at the beginning they require care, work and fastidiously rigid habit, but, as time goes on, the bond seems to develop itself, becoming stable and destined to last in time, even if left to stand alone for weeks upon end. The roots of this tree could well be the memories upon which this spiritual institution, this platonic wedding is solidly based. I go out with most of my friends once every month or couple of months, at distant and irregular intervals – the fact that we all live in different cities and countries surely doesn’t help.

No matter how long our arms are, our fingers will always be intertwined.

The funniest thing about my friends – a thing that still baffles me after all these years – is that the first time I saw them, I immediately thought to myself: “I would never like this person, let alone strike up a friendship.We’re just not compatible – I can sense it.”
I could not have been more wrong – I learn how not to judge a book by its cover over and over again.
The people I would never think of liking turn out to be the ones I love the most.

Over the last few months I’ve gotten to know people who have managed to make my day, to change my week like a spell of good weather, that make me think of things from a different perspective, see life through their lenses; people who have shown me that I’m not alone in my way of thinking, that passions are more enjoyable when shared, that have been of great inspiration to me – but that I, at the same time, have inspired; people who have shown me that no one in their right mind should fear feelings or escape sentiment, that expression is the very breath of life, that there is nothing more gratifying that helping another human being crack a smile, that looking someone in the eye can generate invisible fibres that envelope and tie you and the object of your beholding together; a person that we love’s happiness is food for our soul – people should realise that filling someone (even modestly) with joy makes them incommensurably richer than being rewarded with a treasure chest rife with inestimably precious gems.

 

When in Frankfurt, do as the Irish do

potato eater

 

I have yet another story that made my mum scream and laugh until her ribs ached. It’s a bit longer than the previous stories, but I think it’s worth it.

Scenario: me, two Irish blokes, Frankfurt.

I was sitting down at a random table at a micro-Beer Festival in Frankfurt, having a quick chat with my friends over Bratwurst and Radler. Students in Germany always tend to speak English, as it is THE lingua franca – and rightfully so. At one point, one of the heffalumps sitting next to our little group turned around and asked me, in a distinct Irish accent “Oooh, you English?”, upon which I replied that yes, indeed, I come from London.
I’ll take a moment to describe these two individuals, trying however to not be too harsh: they were fucking massive. Two corpulent, slovenly young men in their 20s, with little pea heads. They looked like two barrels of stout. Irish stout. And as if they weren’t Irish enough with their heavy accent and empty glass steins standing desolately in front of them, their names sounded like a joke: Jimmy and Paddy. (I just wanted to add that the latter had an abnormally large gap between his two incisors that resembled the void between Earth and the Moon).
After having a little chinwag, each talking about our lives and so on, we shifted onto a well-loved topic, every Brit’s favourite passtime: corny jokes.
Now, unfortunately the best jokes I know are or extremely rude or about Irish people. So I decided to keep my cake-hole shut and let them make the first move. Jimmy told a joke about Chinese people: faux pas, seeing as one of the friends I was sitting with was in fact Chinese. She got back at him, though, by saying that “all the stereotypes had been confirmed and real Irish people were effectively like the ones you see in films”. After possibly having realised his foolish mistake and pure tactlessness – or probably not- he conjured up another joke, and was not lacking enthusiasm:

“Why did the one-handed man cross the road?” (note to reader: I do hope you’re reading this in an Irish accent)
I said I hadn’t the faintest idea, “scio que nescio”, and Master Spud (Jimmy) looked utterly shocked at my patent ignorance and ended the joke “TO GET TO THE OTHER SIDE” and burst out laughing. What a boob.
This joke evoked reminiscences of my year-one days, when the 5-year-old Lord of Banterbury would crack a killer joke like “Why did the chicken cross the road? To eat farts and wee-wee hihihih poo bum boobies hihiihih” and everyone would get hyper and start blurting out naughty words, which always guaranteed insane laughter. Don’t tut, you’ve all been there.
(p.s. Jimmy added a secondo-ending to the joke that I actually found rather funny: “To get to the second-hand shop”)
Now things start to get interesting.
I decided to tell a classic joke that I heard when I was about 12 – so it coudln’t have been that abtruse, as I had noticed that my two new buddies were older, shabbier versions of Tweedle Dee and Tweedle Dum. Little did I know that I would have started a new Irish Holy war when I asked: “What’s the difference between a Paki and E.T.?”
At this point, Jimmy started jumping on his butt and barking like a morbidly obese baboon, “OOOOH OOOH OOOOH” he shrieked, “I KNOW, ONE’S YELLOW AND THE OTHER’S WHITE”. And the whole world fell silent. An old lady fell off the bench, but that might have just been a freaky coincidence. “W-w-wwha-wha THE HELL?” I stuttered. My friends and Paddy were equally as perplexed. And then Paddy reacted: “What the bloody FUCK are you on about, mate?”
Jimmy shook his head in scorn: “Paddy just think about it for a minute..”
Paddy: “Do you even know who ET is?”
Jimmy: “Oh he’s the American alien”
Paddy: “Yeah he’s fucking PINK”
Jimmy: “Yeah I know and the other one’s yellow”
Paddy: “But who the fuck was white then you spud”
Jimmy: “Yeah I know but pakis….”
Paddy: “Pakis are yellow”
Jimmy: “Where the fuck are Pakis from?”
I was having a hearty old laugh, I couldn’t believe my ears. Complete and utter nonsense. Delightful. I whipped out my “Bad Motherfucker” wallet and pointed at it, saying that people from Pakistan generally had a similar skin colour. Since I had the feeling that their brains were on the brink of melting or becoming jacket potatoes, I told them the rest of the joke. They laughed and asked for more. Since they were two light-hearted chumps, I figured that they could not have got remotely offended by my favourite Irish joke. And here it goes:
“Paddy and Murphy are walking down the street. Paddy has a little bag of doughnuts, and says to his friend: ‘Murphy, if you guess how many doughnuts are in here, I’ll give you both of them.” For the more serious readers, I’d just like to make clear that this IS the joke, it’s all centered on that “I’ll give you BOTH of them”.
What seemed to be a pretty straight-foward pun turned out to be an arcane enigma for my two confuzzled chums. Jimmy, for example, was mind-blown. Flabbergasted. He was gaping at me, trembling all over, when he shouted “BUT THERE WERE FUCKING TWO OF ‘EM”. I was lost for words. Paddy joined in: “YEAH TWO OF ‘EM, THERE ARE TWO DOUGHNUTS IN THE BAG!”. I didn’t really know how to behave, what to do or what to say. Give them a golden star sticker? A pat on the head? In the end I went for an extremely basic explanation: “Yes boys, Murphy was meant to guess how many there were, but Paddy said ‘BOTH’ so it means there are obviously TWO”.
They remained silent for 10 seconds, gazing around in a pensive mood, with a stern, concentrated face. I let them take their time this time round, after all they did have to count for this one. Suddenly they starting roaring with laughter. My Irish was a success – better late than never, I guess.

From the German Chronicles, 3rd June 2015

From the void to our next breath

the wanderer mists

There exists an innumerable amount of quotes and sayings on the future: “Only time will tell”; “Homo faber fortunae suae” – to a certain degree; “De toekomst is een boek met zeven sloten” (The future is a book with seven locks); and the ubiquitous, perennial question: “Who knows what the future will hold?”

We do… and we don’t. If I were the only being in the universe, then I probably would be able to tell you about my future with a near scientific precision – but even then we change and become different people as the days go by, and a certain unpredictability of our behaviour and fancies comes with it. I wish I could know where I’ll be in a few years: it would be extremely comforting, reassuring and would brighten up the sinister corridor where I always have to “take the next step”.

But unfortunately my future won’t just spring out of nowhere like a luminous sign in Las Vegas: bright, loud and clear. The important thing is survival. I shook my head as I wrote that: “Far too passive”.
Some often depict life as an ocean and we are swept away and cradled by its waves – we are brought to wherever life takes us. I don’t dislike this metaphor and for certain aspects I find it a rather veracious although vague account of our existence as humans: we cannot really hold sway over the physical world (however we can be the masters of our own little universes) so we are slaves to the flow of time. Nevertheless, I feel as if something’s missing: our person, our footprint, we can’t just live to vanish without leaving anything behind.

So let us stay afloat on the waves of life, but let us float the best we can; we have to collaborate and help the world create life for us out of that void that lies in the nothingness of our next second.

5 minutes have gone by and I’m in a future that 5 minutes ago I would never have known.

Misurare la vita in secondi e millilitri

HESTER

La mia vita è straordinariamente normale. Lo dico con tono solenne e del tutto scevro di ironia, senza smorfie: si tratta di una verità apodittica che non posso negare e che non potrei formulare in altri termini. Straordinariamente normale.

Questo il pensiero che alligna comodamente nelle mie camere cerebrali (i cui inquilini sono stati sfrattati brutalmente) e che balena per la mente mentre io mi avvio verso il binario. La  lunga e insulsa domenica fiorenzuolana presto tramonterà e sarà di un nuovo lunedì. Penso alla mia situazione di vita dicotomica, condivisa spero equamente tra le due sorellastre Emilia e Romagna. Sapete – onde evitare di scatenare qualsivoglia sentimento di gelosia. “L’è dura a bota”, come direbbe il piacentino medio. Giunta al binario giusto (è difficile sbagliarsi proprio alla stazione di Fiorenzuola d’Arda; capisco che è la capitale della provincia di Piacenza, altrimenti conosciuta come Caput Mundi, ma persino dei milanesi, che sono dei campagnoli rispetto a noialtri della bassa Val d’Arda, sarebbero capaci di individuare il binario esatto tra i tre a disposizione), e ora mi tocca pazientare per circa 5 minuti, salvo il caso di un possibilissimo ritardo. In questa apparentemente amena situazione di calma attesa, si presenta un ospite indesiderato…

E qui sfrutto l’occasione per martoriare i miei cari lettori con un breve scritto sulla nozione di tempo, sulla sua relatività e percezione. 5 minuti possono durare un’eternità, oppure essere transeunti e non durare neanche un minuto. Può sembrare un assunto poco ortodosso dal punto di vista matematico però se qualcuno ha mai avuto un’esperienza gradevole, allora è perfettamente in grado di intendere questa sensazione mistica del tempo edace che scorre, irrefrenabile. Perché vi sto dando dei calci metafisici ai lobi temporali? Perché io quel giorno sono stata la tapina prigioniera di quei brutalissimi 5 minuti di “calma attesa” che si sono trasformati in  una procellosa tempesta di lacrime (lacrime trattenute, perché è rischioso piangere in stazione; gente che ti conosce, ti schernisce o peggio ancora: quelle vecchiette che ficcano il naso, ANZI quelle vecchie galline che ficcano il becco negli affari altrui e pensando di potersi nutrire di tristezza, come sogliono fare – considerate le serie telesive che esse prediligono –  proferiscono quelle pungenti parole: “Oh, oh, signorina tutto bene?”, con uno sghingnazzo perfido, in attesa di una risposta negativa e strappalacrime) e di dolore. Binario 3: il binario più lontano dal bagno della stazione, con tanto di scale durante il tragitto. Il bagno.

In stazione quel giorno sono caduta ineluttabilmente in quel limbo in cui ci si trova quando si è sul binario ad aspettare il proprio treno e quell’organo infame, cui abbiamo conferito il nome “Vescica” – anche se io troverei titoli come “Sacco infame portatore di fastidio”, “L’antipatica borsa d’orina”  di gran lunga più adeguati – si riempì di tipiedo “vino organico” e si espanse in modo incontenibile (perché probabilmente mi scappava da “sfogare i bisogni umani, ma non troppo umani” da diverse ore ma il mio corpo se ne avvide nel momento in cui io varcai la soglia della leggendaria stazione di Fiorenzuola d’Arda). La vescica enfia in perpetua espansione spinse l’intestino al livello dello sterno, lo stomaco diventò un terzo seno, i polmoni rimpiazzarono le tonsille con la stessa brutalità inaudita dei mongoli capeggiati da Genghis Khan, il cuore in gola. Dopo un tale scritto filosofico-anatomico, spero di aver suscitato una certa compassione e anche comprensione da parte dei miei cari lettori. Quanto possono durare 5 minuti? Pro aeterno.

 

E durante questi strazianti momenti di pena il bagno rimane nel mio campo visivo, con quella lurida porta bianca, lurida come il reame di enti lugubri che cela in quella cella di lordume. Vorrei piangere ma il mio sguardo incontra quello malizioso di una vecchiaccia; è come se percepisse il mio estremo disagio. Ritiro lo sguardo e lo volto altrove; un tenero infante rovescia la sua bottiglia d’acqua. “Ah, dolce infanzia!”, e pensando mestamente alle “mai più toccabili sponde” di un’età giuliva, ardo dal vivo desiderio di poter dispensarmi dei miei liquidi hic et nunc. 2 minuti fino all’arrivo – annunciato – del treno. Ma mi rendo conto che le sevizie autoinflitte (ma se in verità la vesciva non facesse poi propriamente parte del nostro corpo e fosse solo, non so, un drone spedito dal dittatore della Corea del Nord per sorvegliarci e tormentarci ad intervalli pressoché regolari?) non avranno fine sulla serpe con le ruote. I bagni in treno sono Terra di nessuno; sono territori inesplorabili, le persone che ne escono vive (ho visto gente andare in bagno e non tornare mai più) tornano con qualche malattia respiratoria temporanea, o nel peggior dei casi cronica, una tosse da gas-mostarda, qualche arto in più come i coraggiosi turisti nordici che si ostinano a fare il bagno nel Po, chiazze pelate sulla crapa, cere sconvolte che rammentano il noto viso deforme dell’Urlo di Munch. Una volta ho messo piede in uno dei bagni e sono stata accecata da quello che sembrava il campo di battaglia di Verdun, l’incarnazione del concetto di morte civile. Quel piede è poi stato disinfettato e amputato e cremato. Un’esperienza da non ripetere – un po’ come l’atto di iscriversi all’università.

Mentre penso a queste trite immagini, arriva il maledetto treno spargitore di pestilenza. Con uno sguardo deluso saluto il bagno, che col suo colore bianco-piccione sembra cantare parole di congedo: “Arrivederci Lia, prode guerriera, ti auguro un buon viaggio senza peripezie!.. E secondo me in 5 minuti ce l’avresti fatta ad andare in bagno e tornare sul binario, eh, te lo sto solo dicendo.” Un perfetto esempio pratico di come si gira un dito nella piaga. Quel discorso commovente del bagno femminile della stazione di Fiorenzuola d’Arda è stato un pugno alla vescica. E come Cristo con la croce, salgo sul treno trascinando la ponderosa valigia dietro di me, lasciando orme del più agro dolore. Riesco a trovare un posto in cui giacere immobile per le prossime due ore e mezza. Non voglio andare in bagno sul treno; non è saggio mettersi a repentaglio da soli. Nessuno derogherebbe ai suoi sani principi andando a fare un giro casuale in Lazzaretto. Ma fremo, le mie guance di un color rosso sgargiante, le vene sporgono dal collo, la mia testa sta per esplodere. Non posso sacrificare la mia reputazione per porre fine a cotanta sofferenza, annaffiando le mie braghe e il sedile (l’orina, in fin dei conti, farebbe solo del bene nel contesto dato, visto che è disinfettante; sarebbe in grado di distruggere quell’Impero Ottomano di batteri che vegeta sulla superficie di finta pelle), perché davanti a me sta covando l’anziana di prima, con un sorriso beffardo e sdentato.

Mi alzo, guerriera dell’aspra sorte, capo ritto e gambe incrociate. Sguardo duro e impassibile: compari, si va in bagno. “Dove vai così seria?” osa chiedere la tracotante vecchietta. “Romam eo iterum crucifigi” rispondo con tono rassegnato ma che lascia traspirare ancora un briciolo di speranza…

Vi sto scrivendo dall’oltretomba.

No, sto solo scherzando. Vi scrivo da Forlì, che ci è vicino. Rimasi, tuttavia, bloccata in bagno, un controllore è venuto a reperire in miei resti ricoperti e mi trovò in lacrime e mummificata dalla carta igienica. Tentai di abbracciarlo; lui con un certo aplomb, pieno di austera grazia e delicatezza ha cercato di allontanarmi. Sai, ero appena uscita dall’Ade in Terra, esalavo una pestilenziale aria di morte, tremavo, ero insicura del mio stato – viva o un mero spirito?

Però sono uscita. Cosa avvenne in seguito sul treno dopo la mia infelice disavventura nel territorio adibito alla più infima delle arti umane è un’altra lunga storia (o forse sono io a rendere prolisso tutto). Vi sono degli individui strani a questo mondo, e io… Ohibò, sono così straordinariamente normale.

Find some time for time

 

PERSISTENCE

Time. 

I brought up the curtain on and cut the ribbon of my new blog last Tuesday night and I must admit: I was extremely enthusiastic about the whole new concept of publishing my work on a perhaps even daily basis. But then common prejudice impudently stepped in and demolished my whole beaming aura of eagerness: maybe sometimes it’s better to not seem too keen. That’s common belief for you: rather erroneous and vile; I was about to not post anything on Wednesday just not to come across as overly fervent, but I did not, however, succumb to the utterly ridiculous fear of exposing my passions. I did not write anything in the end merely because I was far too busy with other matters . I quote myself on this: “I didn’t have time”.

And that split-second, micro-thought unleashed a labyrinthine series of considerations on the concept of time and about how we often claim to not have enough of it. FALSE! In terms of procrastination, in my opinion, a sheer lack of time cannot count as a valid excuse and I’ll adduce an example from my own life to show people how it is indeed possible to create time where it would otherwise least likely be found.

My dad works an awful lot; he sacrificed a lot – time, hobbies, leisure – to provide for his family. Nevertheless, over the past few years he has developed a rather peculiar talent, of which I, personally, am rather envious: he manages to scavenge around a confined space, id est the 24 hours that constitute our day, and chisel and scrape off any portion of time that could prove itself fruitful. He started exercising on a rigorously regular basis, be it before going to work, during his lunch break or upon returning home after a long and draining day of work. He found time for that – time that perhaps others would struggle to find, when caught up in a six-day-a-week, 10-hour-a-day job. I consider that in itself a feat; but the master stroke is yet to come.

I luxuriate in reading, it’s my form of hypocaloric gluttony. I will not be engaging in an excursus that depicts the “art” of reading – not here in this post, anyway. I will limit myself to saying that for however relaxing an activity it may be, reading is ineluctably time-consuming… unless of course one decides to skim, but in such cases one cannot savour the chartaceous delicacy and relinquishes half of its precious flavour.
My dad would often see me read and expressly wish to have more time of his hands. He truly wanted to dive into a world of pages similar to mine: he even asked us to buy him books for his birthday. He cherished his new winged paper companions and longed to start reading them. He found time for that – and I’m immensely proud of him, because by doing this he has taught us all not one, but two things:
– It’s never too late to acquire new habits or try out new activities, such as reading;
– Time is wherever you want to find it. I’m not talking about these vast, several hour-long stretches. To be able to have those would be highly pleasurable – but for common mortals this is no more than just a fickle dream. I’m talking about the time it takes to save your soul from being annihilated by the algid, dead pulse of the day-to-day existence (an imposed and burdensome practice that would be much different, if we would only choose how to plan out our own lives). My dad has been ploughing through books and brings one along every time he knows he’ll end up somewhere where he’ll have to stay put and presumably inactive and wait for more than 10 minutes.

I saved my soul today by writing this short piece about time.

Take your time to perpetuate yourself each day – take time to last in time.

Time is one of the only certainties that we have. More or less, as it can sometimes be rather deceitful…

To be continued

Every first step is taken amidst the smallest of things

Here I am.

I’ve finally gathered up the courage to start my own blog; so far it hasn’t been too difficult: I must admit that I am quite used to publishing what I write… Or at least a part of the esoteric ensemble of texts and poems that have settled upon the surface of my mystical grotto like autumn leaves in a barren bombsite.
I am afraid that my posts will be sporadic, but maybe it’s just a question of acquiring a new habit. Ah-ha! So everything IS indeed connected – today I wrote a small piece on stepping away from daily customs and practices to embark on micro-adventures. It reads as such:

“I am one of those people who adhere to habit in an obscenely rigorous manner and are wont to stretch to the extremes of human patience and ability just to stick to petty habitudes; I am writing this whilst eating a cucumber and cream cheese sandwich, which I eat for lunch every Monday as if for some esoteric religious ritual that some weird tea-time Gods prescribed.
Although I proved just how morbid a compulsion can be, today I decided to abandon my usual routine: I bought my cucumbers at a different supermarket, took a different route home, gave some spare change to a poor elderly woman, whom I would have otherwise ignored quite some time ago.
I feel good; and that means that change isn’t always deleterious. Every first step is taken amidst the smallest of things…”

I did feel good. Verily I did – until I was overcome by some existential doubt. A doubt that is very much like a serpent’s shed skin: we see it, we know more or less where it comes from, but taken merely as it is, it’s quite empty and therefore incomprehensible; quite like the fragments people leave behind of themselves. Our personal worlds are adorned with these “pieces of shed soul” that people leave right in front us, encrypted and frail messages that we are left to decipher. We could literally give an infinite number of interpretations to any given act; we could construe a smile as a gesture of sympathy, love, scorn, animosity, as a sign of any possible emotion. People are extremely good at dissimulating at times. After all, we are all actors on the stage of reality. A ray of hope enlightens us and convinces to believe whatever we want to believe.

 

Back to the notion of “Lia Porridge’s Blog“: I’ve realised a myriad of (maybe even fatuous) things lately and one of them is that life’s far too short to relinquish passions and to be slave to petty, transient matters. So there, I’ve finally created a blog!

Quite ironically, I just opened up my WHSmith’s diary to fish out a nice quote that could conclude my first post on a positive note and on the other end of the rod I found a sentence in which Lewis Carroll covers the notion of time with a rather droll sentence:

“The rule is, jam to-morrow and jam yesterday – but never jam to-day.”