Sì o no… o no o sì?

(c) DACS; Supplied by The Public Catalogue Foundation

 

Due emisferi cerebrali, mente e cuore, due sfere – io e gli altri, passato e futuro, due direzioni – avanti e indietro, sì o no… o no o sì?

Chiariamo:

  • Due emisferi cerebrali: ipse dixit Madre Natura e la neuroanatomia umana.
  • Mente e cuore: dualismo martoriante, due avversari insiti, uno realista e l’altro ottimista. Una mente ottimista è sconsigliable come lo è un cuore realista: dopotutto il nostro sangue è caldo. Una mente realista in coppia inscindibile con un cuore che sorride giulivo e ignaro è altrettanto pernicioso. C’è chi vuole sapere e chi è ingenuo – ma nessuno dei due “sa”…
  • Io e gli altri: sono umano in quanto essere generato da due umani e portato al mondo per vivere tra i miei simili, che sono per la maggior parte umani. La vita da romito nel 2017 è un compito arduo, la vita da romito è solitario – si può vivere in solitudine per tutta la vita? E’ questo vivere?
  • Passato e futuro: se vogliamo proprio essere meticolosi, diremo che il presente non esiste. Tempo di guardare le mie mani, di respirare e sono già nel passato. Oppure nel futuro. Oscilliamo: così hanno detto…
  • Avanti e indietro: ormai non è lecito stare fermi. E’ neghittosità, è vigliaccheria, è inevitabile: siamo in continuo movimento. Motum perpetuum – chi se ne vuole sottrarre definitivamente ha come alternativa la criogenia. Svoltare? Non credo sia un’opzione, perché in ogni caso dopo x passi a sinistra o destra , per continuare bisognerebbe andare avanti. Oppure indietro? E andando indietro si potrebbe finalmente stare fermi, ma sarebbe una mossa esiziale…
  • Sì o no: logica vuole che ci siano due valori di verità in questo mondo binario, troppo binario.
  • No o sì: perché non sapremo mai se siamo noi ad essere dalla parte del torto o ad avere ragione.

In medio stat virtus? Teoricamente. Idealmente.

Noi cerchiamo l’equilibrio, ma per quanto possiamo essere forti ed esistenzialmente robusti, saldi nei nostri principi, positivamente caparbi, siamo scombussolati dal primo soffio, seppur leggerismo, che la vita rilascia, sospriando con malizia, nella nostra direzione. Una vita di contrasti:

  • una vita in cui vorremmo seguire la mente e attenerci ad un comportamento realista, adottando una posizione di freddezza e scetticismo in cui, data la nostra apatia e abulia, non vi potranno essere speranze disattese, dal momento che non ci saranno speranze. Quale essere umano riucirà, però, a soffocare le bollenti rivolte del cuore? Chi potrà mettere a tacere il centro aristotelico del nostro stesso corpo? Eppure c’è chi non vuole più sperare per tema di esporsi troppo, come un guerriero fiero e tracotante che sguaina la spada con una smorfia di superiorità sul viso e perde la vita davanti al manigoldo con una pistola, e versare lacrime amare per qualcosa che la mente ripudierebbe. Il cuore non ragiona: questo è compito della ragione. Sta tutto nella semantica. Il cuore si ostina a sperare – a volte ottiene ciò che vuole, ma questo per puro caso. Però è proprio lì che nasce la felicità: amare è una cosa bellissima, riuscire ad essere amati è forse ancora più lieto. Il cuore si ostina a sperare, ma la speranza è effimera, debole davanti alle losche forze che ci assalgono nel nostro cammino. E’ il cuore che si lede da solo, un Icaro, ed essendo egoista coinvolge la mente nella sua sofferenza. O forse è la mente che non riesce ad astenersi dal compatire. Una mente offuscata dai patemi sorti dal suo fallimento, dal suo trascurato proposito di non derogare ai suoi princìpi, una mente che
  • vede da dove proviene il dolore: di certo non è stato il cuore soltano ad autoinfliggersi, a buscarsi quella insanabile ferita. Sono stati gli altri – non si tratta di una calunnia da codardi schivi, non è un addossare la colpa a qualcun altro. Il cuore è narcisista, non compierebbe mai un atto dannoso nei suoi  stessi confronti consapevolmente. Sì, sono stati gli altri: gli altri a cui voglio bene e gli altri a cui non ne voglio. Ci sono tanti altri. Per vivere coi nostri cari dobbiamo anche sopportare la poco gradita garanzia di inimicizie. Io e gli altri: parti complementari. Senza gli altri, non ci sarei io; senza di me, non avrebbe senso parlare di altri. L’enfer c’est les autres. L’enfer possono essere les autres, certi autres. Eppure nessuno vorrebbe rinunciare a ciò che ama per rimanere soltanto con se stesso, perché
  • domina la greve paura del futuro, perché ha di affrontare il grande ignoto da solo. L’ennesima incudine: paura del passato, paura del futuro. Nel presente si potrebbe tirare un sospiro di sollievo – però c’è il passato che ci chiama rivangare, il futuro che ci ordina in modo persino perentorio di vangare; di vangare quel terreno che vorremmo sondare e dove dovremo seminare almeno qualcosa, dato che
  • non possiamo rimanere fermi su due piedi a riflettere. Ad assaggiarci. Ad accarezzarci. A pescare nel torbido. Ad invitare noi stessi a prendere un caffè per conoscerci meglio. A consultare il futuro per saperci orientare. Andare indietro significa scavare nei ricordi, scandagliare felicità passate, tentare di riabbracciare il conforto di una decisione già presa, la leggerezza delle responsabilità svanite di cui non siamo più oberati. Andare indietro significa allontanarsi dal futuro – faux pas. Riaffiora lo Streben e siamo già in ritardo: abbiamo perso il treno della realtà. Pensare o agire, agire o pensare. E’ difficile persino convincersi che la vita sia facile. Urge una risposta, una nostra reazione; dobbiamo prendere una decisione e dire
  • sì o no.
  • Oppure saranno gli altri a dire no o sì.
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