“Cari amici, mi volete sposare?”

The drinkers Van Gogh

Avevo appena ultimato la stesura di uno scritto sull’amicizia e una sigaretta ormai moribonda giaceva sul posacenere, quando mi pervenne un messaggio: “Stasera vieni a Bologna?”. Un invito da parte di due cari amici che vedo sporadicamente, date le circostanze poco propizie: una signorina con cui sono cresciuta (anedotto lepido: eravamo state vicine di casa per un paio di anni senza mai rivolgerci una parola; il nostro primo racconto ravvicinato lo ricordiamo tra una risata e un abbraccio – l’avevo invitata a casa mia per mangiare un gelato. Dopo questo episodio i contatti cessarono nuovamente, per poi riprendere in un distante futuro. Ora lei è la mia migliore amica) e un ometto che ho conosciuto solo perché ci avevo leticato – un’amicizia nata da un diverbio, con tanto di ingiurie e aggressioni innevate. Le nostre giornate insieme, pur verificandosi di rado, si trasformano in eventi memorabili.

“Stasera vieni a Bologna?”. Per una come me, che ha la taccia di dare buca agli amici per starsene rinchiusa in casa il sabato sera da perfetta romita a leggere, sarebbe stato fin troppo facile ricusare l’invito – ma senza neanche pensarci due volte ho risposto prontamente e impulsivamente di sì, dicendo che quella sera mi sarei recata in quel di Bologna, che mi sarei apprestata a partire in tempi rapidissimi, che sarei corsa a prendere il primo treno. C’era una gioia inesplicabile – certo, ricevere un invito fa sempre piacere, ma ho accolto il tutto con un’euforia che potrebbe nascere soltanto in un povero plebeo che viene cordialmente invitato a pranzare con la regina.

Hassi un resoconto della serata, scritto quasi sotto forma di inserto giornalistico faceto:

Bologna clandestina – Gabry-Cavalieri a repentaglio nella città universitaria.
Ben pasciuti dopo aver centellinato la pietanza prediletta del baldo FigoGu – una cena dal dubbio accompagnamento musicale – i mistici cavalieri approdano nella cittadella bolognese, ammirandone et la fauna et l’arte. Sorbiscono le prelibatezze che il posto ha da offerire, con una morigeratezza che farebbe onore persino ad un caro Bel-Ami. Precipitano poi nel baratro della perdizione, i nostri guerrieri, dopo aver inumidito le labbra del latte del diavolo. Avvelenati, indi, da questo latte della malasorte, i giovani avventurieri tentano una fuga rocambolesca dalla capitale del vizio, ma non senza aver gustato dei deliziosi tuberi cotti “a croccantezza” nell’olio bollente e decorati da una doviziosa porzione di salsa – un membro della compagnia ha ricusato la generosa offerta dei compagni, sostenendo di non mangiare queste siddette “Patate”, in quanto prodotto importato, poco italico e quindi nocivo; i nostri Ulissi giungono all’abitacolo dell’Anfitrione della serata, che offre un’accoglienza calorosa ai sodali ebbri.

Si svegliano al mattino e si svegliano, si svegliano: sono sorpavvissuti alle peripezie a cui il sabato sera espone i goliardi.

L.C.”

Mi rendo tuttavia conto di una sbadataggine marchiana – ho trascurato un dettaglio fondamentale: mi sono sposata. Ho sposato i miei due amici. Era da tanto tempo che volevo impegnarmi in una relazione sponsale con un amico, un desiderio poco consueto ma molto vivo. Abbiamo stabilito il nostro nuovo ordine mondiale con un anello al dito.

Ho cercato di scandagliare questo fenomeno – il sentito bisogno di sposare un amico. Sono giunta ad una conclusione interessante, sebbene indefinita. Noi ci siamo ormai afferrati alla rappresentazione di matrimonio come un legame duraturo, saldo, riconosciuto ed emblematico – quindi prendere qualcuno in sposo potrebbesi descrivere come il mero atto di consolidare un rapporto. E’ un modo carino e poco ossessivo per dire “Sei mio/a”. Idealizziamo un legame duraturo che duraturo alla fin fine non è – quanti matrimoni stroncati, quanti amori straziati.. Le amicizie sono in genere più longeve, e sicuramente meno tormentate. Non sono poi così diverse, le mie amicizie, da un rapporto amoroso; mancano ovviamente le parti più carnali, però vi è amore. Pronuncio l’espressione “ti amo” svariate volte ogni giorno, un atto che ai più può sembrare addirittura una specie di abuso. Però solo i gretti possono capire la nozione di abuso di un sentimento positivo. Forse anche da qui deriva il mio desiderio di matrimonio tra amici.

Ci troviamo davanti ad un fenomeno enigmatico che, ora come ora, non mi sento disposta ad analizzare fino in fondo. Mi limiterò a dire che abbiamo finalmente coniato un rito speciale, la fusione di due sfere così simili ma essenzialmente sceverate. Un matrimonio destinato a durare.

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