Misurare la vita in secondi e millilitri

HESTER

La mia vita è straordinariamente normale. Lo dico con tono solenne e del tutto scevro di ironia, senza smorfie: si tratta di una verità apodittica che non posso negare e che non potrei formulare in altri termini. Straordinariamente normale.

Questo il pensiero che alligna comodamente nelle mie camere cerebrali (i cui inquilini sono stati sfrattati brutalmente) e che balena per la mente mentre io mi avvio verso il binario. La  lunga e insulsa domenica fiorenzuolana presto tramonterà e sarà di un nuovo lunedì. Penso alla mia situazione di vita dicotomica, condivisa spero equamente tra le due sorellastre Emilia e Romagna. Sapete – onde evitare di scatenare qualsivoglia sentimento di gelosia. “L’è dura a bota”, come direbbe il piacentino medio. Giunta al binario giusto (è difficile sbagliarsi proprio alla stazione di Fiorenzuola d’Arda; capisco che è la capitale della provincia di Piacenza, altrimenti conosciuta come Caput Mundi, ma persino dei milanesi, che sono dei campagnoli rispetto a noialtri della bassa Val d’Arda, sarebbero capaci di individuare il binario esatto tra i tre a disposizione), e ora mi tocca pazientare per circa 5 minuti, salvo il caso di un possibilissimo ritardo. In questa apparentemente amena situazione di calma attesa, si presenta un ospite indesiderato…

E qui sfrutto l’occasione per martoriare i miei cari lettori con un breve scritto sulla nozione di tempo, sulla sua relatività e percezione. 5 minuti possono durare un’eternità, oppure essere transeunti e non durare neanche un minuto. Può sembrare un assunto poco ortodosso dal punto di vista matematico però se qualcuno ha mai avuto un’esperienza gradevole, allora è perfettamente in grado di intendere questa sensazione mistica del tempo edace che scorre, irrefrenabile. Perché vi sto dando dei calci metafisici ai lobi temporali? Perché io quel giorno sono stata la tapina prigioniera di quei brutalissimi 5 minuti di “calma attesa” che si sono trasformati in  una procellosa tempesta di lacrime (lacrime trattenute, perché è rischioso piangere in stazione; gente che ti conosce, ti schernisce o peggio ancora: quelle vecchiette che ficcano il naso, ANZI quelle vecchie galline che ficcano il becco negli affari altrui e pensando di potersi nutrire di tristezza, come sogliono fare – considerate le serie telesive che esse prediligono –  proferiscono quelle pungenti parole: “Oh, oh, signorina tutto bene?”, con uno sghingnazzo perfido, in attesa di una risposta negativa e strappalacrime) e di dolore. Binario 3: il binario più lontano dal bagno della stazione, con tanto di scale durante il tragitto. Il bagno.

In stazione quel giorno sono caduta ineluttabilmente in quel limbo in cui ci si trova quando si è sul binario ad aspettare il proprio treno e quell’organo infame, cui abbiamo conferito il nome “Vescica” – anche se io troverei titoli come “Sacco infame portatore di fastidio”, “L’antipatica borsa d’orina”  di gran lunga più adeguati – si riempì di tipiedo “vino organico” e si espanse in modo incontenibile (perché probabilmente mi scappava da “sfogare i bisogni umani, ma non troppo umani” da diverse ore ma il mio corpo se ne avvide nel momento in cui io varcai la soglia della leggendaria stazione di Fiorenzuola d’Arda). La vescica enfia in perpetua espansione spinse l’intestino al livello dello sterno, lo stomaco diventò un terzo seno, i polmoni rimpiazzarono le tonsille con la stessa brutalità inaudita dei mongoli capeggiati da Genghis Khan, il cuore in gola. Dopo un tale scritto filosofico-anatomico, spero di aver suscitato una certa compassione e anche comprensione da parte dei miei cari lettori. Quanto possono durare 5 minuti? Pro aeterno.

 

E durante questi strazianti momenti di pena il bagno rimane nel mio campo visivo, con quella lurida porta bianca, lurida come il reame di enti lugubri che cela in quella cella di lordume. Vorrei piangere ma il mio sguardo incontra quello malizioso di una vecchiaccia; è come se percepisse il mio estremo disagio. Ritiro lo sguardo e lo volto altrove; un tenero infante rovescia la sua bottiglia d’acqua. “Ah, dolce infanzia!”, e pensando mestamente alle “mai più toccabili sponde” di un’età giuliva, ardo dal vivo desiderio di poter dispensarmi dei miei liquidi hic et nunc. 2 minuti fino all’arrivo – annunciato – del treno. Ma mi rendo conto che le sevizie autoinflitte (ma se in verità la vesciva non facesse poi propriamente parte del nostro corpo e fosse solo, non so, un drone spedito dal dittatore della Corea del Nord per sorvegliarci e tormentarci ad intervalli pressoché regolari?) non avranno fine sulla serpe con le ruote. I bagni in treno sono Terra di nessuno; sono territori inesplorabili, le persone che ne escono vive (ho visto gente andare in bagno e non tornare mai più) tornano con qualche malattia respiratoria temporanea, o nel peggior dei casi cronica, una tosse da gas-mostarda, qualche arto in più come i coraggiosi turisti nordici che si ostinano a fare il bagno nel Po, chiazze pelate sulla crapa, cere sconvolte che rammentano il noto viso deforme dell’Urlo di Munch. Una volta ho messo piede in uno dei bagni e sono stata accecata da quello che sembrava il campo di battaglia di Verdun, l’incarnazione del concetto di morte civile. Quel piede è poi stato disinfettato e amputato e cremato. Un’esperienza da non ripetere – un po’ come l’atto di iscriversi all’università.

Mentre penso a queste trite immagini, arriva il maledetto treno spargitore di pestilenza. Con uno sguardo deluso saluto il bagno, che col suo colore bianco-piccione sembra cantare parole di congedo: “Arrivederci Lia, prode guerriera, ti auguro un buon viaggio senza peripezie!.. E secondo me in 5 minuti ce l’avresti fatta ad andare in bagno e tornare sul binario, eh, te lo sto solo dicendo.” Un perfetto esempio pratico di come si gira un dito nella piaga. Quel discorso commovente del bagno femminile della stazione di Fiorenzuola d’Arda è stato un pugno alla vescica. E come Cristo con la croce, salgo sul treno trascinando la ponderosa valigia dietro di me, lasciando orme del più agro dolore. Riesco a trovare un posto in cui giacere immobile per le prossime due ore e mezza. Non voglio andare in bagno sul treno; non è saggio mettersi a repentaglio da soli. Nessuno derogherebbe ai suoi sani principi andando a fare un giro casuale in Lazzaretto. Ma fremo, le mie guance di un color rosso sgargiante, le vene sporgono dal collo, la mia testa sta per esplodere. Non posso sacrificare la mia reputazione per porre fine a cotanta sofferenza, annaffiando le mie braghe e il sedile (l’orina, in fin dei conti, farebbe solo del bene nel contesto dato, visto che è disinfettante; sarebbe in grado di distruggere quell’Impero Ottomano di batteri che vegeta sulla superficie di finta pelle), perché davanti a me sta covando l’anziana di prima, con un sorriso beffardo e sdentato.

Mi alzo, guerriera dell’aspra sorte, capo ritto e gambe incrociate. Sguardo duro e impassibile: compari, si va in bagno. “Dove vai così seria?” osa chiedere la tracotante vecchietta. “Romam eo iterum crucifigi” rispondo con tono rassegnato ma che lascia traspirare ancora un briciolo di speranza…

Vi sto scrivendo dall’oltretomba.

No, sto solo scherzando. Vi scrivo da Forlì, che ci è vicino. Rimasi, tuttavia, bloccata in bagno, un controllore è venuto a reperire in miei resti ricoperti e mi trovò in lacrime e mummificata dalla carta igienica. Tentai di abbracciarlo; lui con un certo aplomb, pieno di austera grazia e delicatezza ha cercato di allontanarmi. Sai, ero appena uscita dall’Ade in Terra, esalavo una pestilenziale aria di morte, tremavo, ero insicura del mio stato – viva o un mero spirito?

Però sono uscita. Cosa avvenne in seguito sul treno dopo la mia infelice disavventura nel territorio adibito alla più infima delle arti umane è un’altra lunga storia (o forse sono io a rendere prolisso tutto). Vi sono degli individui strani a questo mondo, e io… Ohibò, sono così straordinariamente normale.

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